Quanto ti costa davvero il portafoglio della banca
26/05/2026
Tempo di lettura 3 min
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I costi dei fondi comuni non appaiono mai sul conto corrente. Sono incorporati nel prezzo ogni giorno, silenziosamente. Ecco quanto pesano in euro su un portafoglio tipico.
Immagina 200.000 euro investiti attraverso la banca. Un portafoglio tipico da filiale è composto da fondi comuni attivi: azionari, bilanciati e obbligazionari, spesso affiancati da una polizza unit linked. È la struttura più diffusa tra i clienti privati italiani.
I costi non vengono mai addebitati sul conto. Vengono sottratti ogni giorno dal valore del fondo, prima che il prezzo venga comunicato. Non li vedi. Non li senti. Eppure ci sono.
Il costo principale è il TER (Total Expense Ratio), che aggrega commissioni di gestione, costi amministrativi e commissioni di collocamento retrocesse alla banca. Secondo i dati di Banca d'Italia basati su rilevazioni ESMA, il costo medio annuo di un portafoglio bancario retail italiano si aggira sul 2%. A questi si possono aggiungere commissioni di performance, applicate in oltre il 64% dei fondi attivi italiani, e commissioni di ingresso o uscita.
È il costo più alto d'Europa. La media continentale è all'1,5%. Nel Regno Unito, grazie a un modello distributivo più competitivo, si scende sotto l'1%.
Su 200.000 euro con un costo medio del 2% annuo: 4.000 euro all'anno di commissioni, ogni anno, indipendentemente da come vanno i mercati. Ipotizzando un rendimento lordo del 5%, dopo aver sottratto i costi il rendimento netto scende al 3%. In dieci anni il portafoglio varrebbe circa 268.000 euro.
Lo stesso portafoglio costruito con ETF a basso costo, con spese dello 0,20% annuo, avrebbe un rendimento netto vicino al 4,8%. In dieci anni varrebbe circa 320.000 euro. La differenza è 52.000 euro: più di un quarto del capitale iniziale, generata non da scelte di mercato diverse, ma dal solo effetto dei costi.
Non è un errore di calcolo. È l'effetto composto applicato ai costi: ogni euro pagato in commissioni non genera rendimento negli anni successivi. Su orizzonti più lunghi, la forbice si allarga ulteriormente.
I fondi comuni distribuiti dalle banche includono una componente di costo chiamata retrocessione: una parte del TER viene girata dalla società di gestione alla banca che ha collocato il prodotto. Secondo Consob, le commissioni di distribuzione assorbono il 60-70% dei costi totali dei fondi comuni italiani. È il meccanismo che remunera la rete di distribuzione. Non è illegale, ma crea un incentivo strutturale a collocare i prodotti più costosi piuttosto che quelli più adatti al cliente.
Non significa che chi lavora in banca agisca in malafede. Significa che opera all'interno di un sistema di incentivi che non è allineato con l'interesse del cliente. La differenza è importante.
Dal 2018, la normativa MiFID II obbliga banche e intermediari a comunicare ogni anno i costi sostenuti dall'investitore in valore assoluto, in euro. Il documento si chiama rendiconto dei costi e degli oneri ed è disponibile nell'area riservata del conto. Molti non lo hanno mai aperto.
Aprirlo è il primo passo. Dividere il totale dei costi per il valore medio del portafoglio dà la percentuale effettiva pagata quell'anno. Se supera l'1,5%, vale la pena chiedersi se quei costi corrispondono a un servizio equivalente.